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Sicurezza,"Cambiare registro, serve un programma nazionale"
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Sicurezza, il criminologo: "Cambiare registro, serve un programma nazionale"

di Francesco Floris

L'esperto di sicurezza Roberto Cornelli sul cambio di passo che serve al Viminale di Luciana Lamorgese: “Basta con l'ossessione per i fatti di cronaca e le risposte emergenziali". Tra le priorità: contrastare i suicidi degli agenti di polizia e fare una legge sulle polizie private

MILANO – L'ultimo caso martedì 3 settembre a Roma. Un ispettore di polizia di 60 anni e che prestava servizio a bordo delle Volanti si è ucciso sparandosi un colpo al petto poco distante dalla caserma della Capitale dove lavorava. A febbraio di quest'anno il Ministero dell'Interno ha istituito un osservatorio permanente interforze per monitorare il fenomeno. “Solo nei primi cinque mesi dell'anno ci sono stati ventuno suicidi tra le forze di polizia”, ha denunciato Daniele Tissone, segretario generale del Silp Cgil in un'intervista al SecoloXIX. “Una delle cause dell'aumento dei morti è la sindrome di burnout, determinata anche dai turni pesanti e dall'impegno crescente degli agenti di fronte alle nuove esigenze della sicurezza” ha detto il sindacalista.

“I poliziotti forse non se ne rendono nemmeno conto – dice il criminologo dell'Università di Milano Roberto Cornelli, studioso di sicurezza urbana e giustizia penale –, ma l'approccio culturale e normativo che negli ultimi 20 anni ha contrassegnato le politiche sulla sicurezza provoca in loro un grande carico di tensione. Non c'è più limite di intervento e sulle forze dell'ordine viene riversata ogni ansia di miglioramento della società. All'inizio si sentono quasi coccolati e valorizzati nella gestione di problemi così complessi come i fenomeni sociali, ma non sempre si hanno gli strumenti, anche formativi, per gestire queste situazioni. Bisogna cominciare a pensare che la polizia è un anello di una catena molto lunga per gestire i fenomeni sociali. Se invece è l'unica catena, si finisce in burn out, eccedendo su di sé o sugli altri”.

Argomenti poco di moda, vero, lo ammette lo stesso Cornelli. Ma per il criminologo milanese è proprio da qui, da un cambio di paradigma culturale, che dovrebbe ripartire un nuovo corso al Ministero dell'Interno a guida Luciana Lamorgese, l'ex prefetto di Milano, chiamata a guidare il Viminale nel governo Conte-bis come figura “tecnica” e non politica in grado (forse) di disinnescare le polemiche quotidiane con l'uscente Matteo Salvini. “I sindacati fanno bene a segnalare i carichi di lavoro – afferma il docente universitario –, ma devono ragionare sul fatto che da oltre 20 anni si procede solo in termini di strumenti eccezionali e straordinari. Come i Daspo, le zone rosse dove non possono mettere piede le persone magari solo perché denunciate, gli aumenti delle pene per reati a bassissimo tasso di identificazione dei responsabili. Tutto ciò non sta portando a un miglioramento del sistema nel creare forme di convivenza”. “Le stesse forze di polizia – spiega Cornelli – hanno sempre nuovi strumenti (si pensi alla polemica sul Taser, NdA) senza però capire come e quando utilizzarli. Qui serve un cambio di registro: basta con i pacchetti sicurezza e con gli aumenti di pena che non hanno alcuna presa ed efficacia”. “Serve invece – dice il criminologo – un programma nazionale di gestione della sicurezza in tutte le sue sfumature. Che deve partire dal cancellare l'ossessione per i casi di cronaca e le emergenze o finte emergenze. Portano solo ad azioni repressive e penali mentre invece non tengono conto di cosa si sta muovendo nella società”. Alcuni esempi? “Le tossicodipendenze – risponde – vanno affrontate sapendo sì che ci sono nuove droghe e sostanze in circolazione e quindi aggiornando normative e tabellari, ma non si va da nessuna parte senza rafforzare e rinnovare i servizi per le dipendenze, fornendo sostegno e con politiche di riduzione del danno”.

O ancora: il caso asili. “Qualche insegnante picchiava i bambini? – riflette Roberto Cornelli – subito la risposta è emergenziale secondo un modo di pensare che vede 'in un caso, tutti i casi'. E allora telecamere per risolvere il problema. Ancora una volta un'azione repressiva con la sorveglianza elettronica e con un investimento molto forte in tecnologie di sicurezza”. Un investimento forte che però “sta cambiando radicalmente la relazione educativa fra insegnante e alunno”. “Questo è un modello sbagliato, bisogna investire sulla formazione degli insegnanti, impedire l'eccessivo turn over del personale negli asili, che significa fare politiche sul mondo del lavoro invece che della sicurezza. Questi casi di cronaca fanno sempre molto scalpore ma per esempio nessuno riflette sul fatto che in Lombardia gli standard per aprire un asilo nido privato sono molto più bassi che non per un nido pubblico: sia in termini di turni lavorativi più pesanti ma anche sui metri quadri di verde che devono essere disponibili”. “Nelle professioni a contatto con le fragilità e con persone fragili, come anziani, pazienti psichiatrici, minori, disabili e se ci pensiamo bene anche la polizia nel suo quotidiano lavoro per le strade delle città, occorre un surplus formativo e una grande stabilità nella gestione dei rapporti di lavoro. Questo oggi non accade”.

Il secondo capitolo che il criminologo di Milano sta affrontando nei suoi studi più recenti è quello delle polizie private e delle società di sorveglianza e sicurezza. “I dati non sono facili da reperire ma il rapporto fra poliziotti privati e pubblici sta galoppando negli ultimi 30 anni, sul modello degli Stati Uniti”. Una fotografia parziale dei numeri la offre il primo e unico rapporto sulla “Filiera della sicurezza in Italia”, realizzato nel 2018 dal Censis assieme a Federsicurezza. Si legge che “nel 2017 il settore della vigilanza privata propriamente detta contava su 1.594 imprese, in crescita dell’11,3 per cento dal 2011 e del 2,4 per cento nell’ultimo anno, per un totale di 64.443 dipendenti, aumentati del 16,7 per cento dal 2011 e del 3,2 per cento dal 2016, con una media di 40 operatori per ogni azienda”. Se si aggiungono le aziende per la sorveglianza non armata ecco che i dati disponibili mostrano l’andamento “esplosivo” del mercato negli ultimi anni: le imprese attive sono 1.424 contro le 215 del 2011, con una crescita del 562,3 per cento. Nello stesso periodo i dipendenti sono passati dai 3.478 ai 21.761 del 2017, aumentando del 525,7 per cento. Tutto ciò mentre i reati denunciati in Italia diminuivano (passando dai 2,7 milioni del 2008 ai 2,2 milioni del 2017, seppur non in maniera costante ogni anno) ma aumentavano le licenze per porto d'armi: 1,4 milioni nel 2017, con un più 20,5 per cento dal 2014. Soprattutto licenze per caccia e sportive che il rapporto di Federsicurezza e Censis mette in relazione “con i successi dei nostri tiratori nelle diverse competizioni internazionali”, pur scrivendo che è “difficile non mettere in relazione questo aumento della voglia di sparare anche con la diffusione della paura e con la tranquillità apparente che può derivare dal saper maneggiare un’arma da fuoco”. Se si aggiungono le licenze per difesa personale (18.452), le guardie giurate (56.062) e gli operatori di corpi di polizia e forze armate emerge come circa 1,9 milioni di italiani possiedono regolarmente almeno un’arma da fuoco. Quasi 4,5 milioni di persone, fra cui 700 mila minori, se si tiene conto del “fattore” famiglia.

“Un conto è il porto d'armi sportivo – afferma Cornelli – un altro discorso è passare 8 ore al giorno in ambito lavorativo con un'arma addosso. Quante università, uffici pubblici, tribunali gestiscono la propria portineria con personale con arma? Quanti Comuni hanno stipulato contratti con società di vigilanza per la protezione notturna dei propri beni?”. Una situazione per cui, dice il docente, “occorre una legge per il governo pubblico della sicurezza e delle polizie private, standard serrati in termini di formazione, di titoli di studio, di capacità di agire nei contesti più difficili. Faccio un esempio: le guardie giurate sono nate per la sorveglianza fuori dagli sportelli bancari, questo era il principale obiettivo ed è un lavoro che ha determinate caratteristiche simili a quello delle polizie pubbliche. Ma se si inizia a utilizzare personale con pistola in contesti più complessi come un'università, una piazza commerciale, un aeroporto, allora è ovvio che quegli istituti di vigilanza devono avere obblighi di legge molto più stringenti in termini di relazione con i cittadini, perché stanno gestendo alla fine dei servizi pubblici. Tutto questo ha a che fare con la nostra sicurezza anche se non va di moda dirlo e serve un governo delle polizie private che significa in primo luogo dare più tutela ai lavoratori di quel settore privato e a cascata anche ai cittadini che vivono e attraversano contesti dove ci può essere personale armato”. “Oggi la legge fondamentale che ancora regola questi servizi è il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931, quasi un secolo è passato”. Stesso discorso per le polizie locali e municipali “che sempre di più svolgono funzioni di pubblica sicurezza e polizia giudiziaria invece annonaria, tributaria locale o cimiteriale, e nonostante non siano preposte a farlo. Mancano strumenti operativi e normativi oppure il rischio è di avere agenti di polizia locale che fanno cose non tenuti a fare, diventando anche un problema di identità del proprio ruolo. Mi rendo conto che non sono temi di grande appeal mediatico perché non legati al caso di cronaca immediato, ma si tratta di riforme di sistema che hanno a che fare proprio con la sicurezza dei cittadini”.

https://www.redattoresociale.it/articl ... e_per_i_casi_di_cronaca_#

Data invio: 9/9 3:58
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