Naviga in questo forum:   1 Utenti anonimi


 In fondo   Discussione precedente   Discussione successiva  Registrati per inviare messaggi



I Racconti del Metronotte. (1.2)
Donatore GuardieInformate
Iscritto il:
8/2/2012 10:18
Da milano
Gruppo:
Utenti registrati
Collaboratore
Donatori
Messaggi : 6260
Offline
Capitolo 1. Il prestigio di Serse e i buoni ladroni

Paragrafo 2

Nella sezione eravamo in quindici, un mosaico eclettico di caratteri e dialetti, tempre e culture difformi che Di Giuseppe tentava di rendere omogenei, quanto bastava per imporre rapporti corretti. Uno di noi, che si riteneva superiore agli altri per il suo diploma, era in realtà un piantagrane e, peggio ancora, aspirava ai gradi a qualunque costo, morso com’era dall’ambizione. Quando Di Giuseppe gli parlava, il che accadeva di rado, non riusciva a celare una smorfia di sofferenza e malcelata sorpresa. Ciononostante, quando finalmente venne indetto il concorso per caposquadra, il collega erudito si rivolse a Di Giuseppe per chiedergli una spintarella poichè, ironia della sorte, gli mancavano solo pochi mesi per completare i cinque anni di servizio che il bando richiedeva tra le condizioni indispensabili.

“Ti aiuterò, ne parlerò al direttore. Anche se dubito tu possa diventare un buon comandante”. Serse non si esprimeva mai per metafora. Colto in contropiede, l’altro accusò il colpo: “ma perchè? Forse dubita di me? delle mie capacità?” “No, non si tratta di questo. Sulla tua onestà e la tua preparazione non discuto. Però, vedi, tu sei sempre in disparte, non sei capace di legare con gli altri. Invece, se davvero vuoi esser un buon comandante, ficcati bene nella zucca una cosa, la cosa più importante di tutte; devi voler bene ai tuoi uomini”. era stato cattivo ma non sleale. Osservai, non visto, i lineamenti induriti del collega mentre usciva dal comando ad occhi bassi. Alzò le spalle e lo sguardo verso la massa oscura delle case prospicenti, oltre il cancello, bucherellata dalle finestre illuminate come geroglifici spaziali.

Fu promosso, avrebbe fatto carriera. Non chiedetemi il suo nome, non ve lo posso rivelare. Ma vi assicuro che non ha mai amato veramente i suoi uomini. Anche da comandante di zona, i suoi vigili sarebbero stati acefali birilli ossequiosi a un capo arcigno e distaccato, professionalmente capace ma come senz’anima. Serse invece era un formidabile architetto di contatti umanizzanti, ci plasmava proprio facendo leva sull’amicizia reciproca. Glielo chiesi, una volta: buoni comandanti si nasce o si diventa? La spiegazione mi convinse a metà.

Mi rivelò che lui a sua volta aveva attinto alla scuola del comandante Vichi della Magenta: “il vecchio Vichi sosteneva che gli uomini sono come strumenti musicali. E allora devi prima conoscere l’orchestra, se vuoi dirigerla. L’anziano con i capelli bianchi non puoi maltrattarlo in pubblico, perchè soffochi la sua sensibilità, è come martellare un violino. Il giovane invece puoi anche strapazzarlo”. Era una miniera di buoni consigli per quell’epoca.

Ma non era infallibile. Anche a lui accadeva di non sbagliare. Una sera si presentò all’adunata con occhi di brace, il berretto insolitamente calato sulla fronte spaziosa. Tirava aria di follia. Qualcuno sopra di lui l’aveva squartato perchè una nostra guardia aveva mancato di rispetto ad un cliente importante. Intonò una premessa a mezza voce: “vi voglio bene, ma prima di venire qui mi sono guardato allo specchio”. la pausa, mentre Serse ci fissava ad uno ad uno, fu spezzata da una fragorosa risata. Chissà perchè il collega Azzolino aveva trovato divertente la scena. Forse Azzolino, che era un milanese, pensava che Di Giuseppe volesse scherzare mimando la famosa battuta di Carlo Porta, quella che dice pressappoco: “mi guardo allo specchio e mi vien da ridere”. La risata contagiò le guardie vicino ad Azzolino. Di Giuseppe finse di ignorare l’interruzione e, con la voce improvvisamente alterata, riprese il filo del predicozzo: “E allora vi dico! Che se voi non lavorate! La direzione se la prende con me! E io allora sono costretto a sterzare!” Come quattro fucilate. Ma l’Azzolino ridacchiava ancora. Di Giuseppe spostò il tiro su di lui: “Azzolino, io ti ritiro il decreto, ti mando a casa”. Aveva esploso il quinto colpo con rabbia. Revoca del decreto significava licenziamento in tronco, una minaccia umiliante come la forca.

Sciolta che fu l’adunata, le guardie si avviarono al deposito delle biciclette, tutte tranne Azzolino che senza bussare si presentò in ufficio, al cospetto di Serse. Si slacciò il cinturone e con movimenti lenti, teatrali, lo depose sul tavolo assieme alla pistola: “e allora io me ne vado a casa, mi licenzio”. Ringhiava come un cane in procinto di assalire l’affezionato padrone, le pupille inferiori come le canne mozze di un fucile. Di Giuseppe fu scioccato: “ho detto una parola di troppo”, commentò sottovoce dopo che Azzolino ebbe richiuso la porta alle sue spalle con studiata ironia. L’orgoglio ferito della guardia , un uomo che svolgeva con serietà il suo lavoro, aveva procurato a Serse una temporanea ma profonda crisi depressiva, un calo repentino di pressione e un sapore di disgusto verso se stesso. Lo aveva costretto a scoprire nello specchio la sua controfigura, un comandante che in uno scatto d’ira aveva smarrito il senso dell’equilibrio, proprio lui che andava così fiero del suo autocontrollo.

Da quasi un anno Serse comandava la Monforte, e mi aveva voluto con sè. Ero il suo uomo di fiducia, la sua ombra, un ruolo che appagava le mie aspirazioni professionali, alle quali potevo tra l’altro offrire uno sbocco eticamente accettabile, ma assai scomodo perchè imponeva una contropartita di stressanti peripezie che sconvolgevano la mia vita privata, soprattutto la mia famiglia: lui, il capo, era un lavoratore indefesso, nenche a Natale abbandonava il timone. Per rabbonirmi e forse per coinvolgermi, mi confidava di tanto in tanto che anche sua moglie era gelosa del suo attaccamento al lavoro quasi morboso. Quando si assentava per le ferie, quasi gli dispiaceva. ma ad essere scontenti erano i vigili, perchè in sostituzione di Serse la direzione dava il comando all’ispettore Francesco Cirillo, il quale non esitava a schiaffare a rapporto le guardie, fioccavano le punizioni, i guai erano grossi chicchi di grandine che precipitavano a caso e seminavano gemiti di bestie al macello.

Data invio: 29/4/2013 9:55
_________________
VIRTUDE ET FIDE.
Crea PDF dal messaggio Stampa


Re: I Racconti del Metronotte. (1.2)
Donatore GuardieInformate
Iscritto il:
8/2/2012 10:18
Da milano
Gruppo:
Utenti registrati
Collaboratore
Donatori
Messaggi : 6260
Offline
Paragrafo 3

Damiano Musciolà era uno dei vigili più simpatici del reparto di Serse. Classe 1921, semianalfabeta ma imbattibile con i malandrini. Resistente come un mulo, energia di un toro, metodico come un asino, gran fiuto e astuzia di volpe. La sagoma affusolata di Musciolà compendiava le doti più squisite che si potevano esigere da un vigile esemplare. Tra le guardie modello, di cui peraltro il reparto abbondava, Damiano emergeva per una qualità irripetibile, unica, un dono di natura, chissà, come quei suoi enormi baffi alla turca che gli tagliavano in due le mascelle squadrate sul volto segnato dalla fatica: ovunque andasse, una fortuna sfacciata pareva accompagnarlo come un docile cagnolino al guinzaglio. La sua buona stella era diventata proverbiale, un mito.

Una notte d’estate del ’51 Musciolà si era appoggiato con la schiena al muro di un edificio, una breve sosta perchè si sentiva stanco, e si era acceso una sigaretta. Proprio la sua testa, dalla finestra del secondo piano, era spuntato un giovanotto che lasciandosi calare verso terra con il sacco della refurtiva sulle spalle aveva terminato la discesa ai piedi di Musciolà. In un’altra occasione, il mariuolo di turno aveva giocato d’astuzia, pur di scappare: approfittando di un attimo di distrazione aveva scaraventato la bicicletta addosso a Damiano che, benchè sbilanciato, aveva subito sparato un colpo in aria per intimidire il fuggitivo e mettere in allarme i colleghi di ronda più vicini. Il malfattore era già sguizzato via, rapido come una lepre aveva svoltato l’angolo, ormai era imprendibile. Ma ecco il tocco insperato di fortuna: proprio in quell’istante era sopraggiunto un taxi per puro caso e, balzato in vettura, Damiano aveva ripreso l’inseguimento fino a riacciuffare il ladro.

Il servizio notturno non iniziava per tutti alla stessa ora. Alcuni montavano alle 22, altri un’ora più tardi. Mentre aspettava il secondo turno, spesso Di Giuseppe mi invitava aprendere il caffè nel bar vicino. Durante l’ora di attesa ero incaricato tra l’altro di accertare che tutti i posti fissi fossero coperti. telefonavo alle portinerie delle aziende abbonate e, se l’apparecchio squillava a vuoto, oppure se rispondeva una voce estranea, io dovevo subito avvertire il mio capo, il quale rimpiazzava il vigile assente con una guardia del servizio stradale.

Quando io ero impegnato altrove, mi sostituiva Sandro Laezza, un collega puntiglioso ed entusiasta. La prima volta però fu un disastro, provocato dalla genuina inflessione pugliese di Sandrino. Di Giuseppe, prima d’allora, non l’aveva mai conosciuto. “Come ti chiami?”. Era sospettoso come al solito. ” Laez Zandroz”, rispose con prontezza e cortesia. Voleva dimostrarsi disponibile a qualsiasi incarico. “Siediti alla scrivania e segna sul registro le presenze dei vigili fissi mentre io vado un attimo a prendere il caffè. Ma sei sicuro di esseree capace?”. “Comendent, no ti preoccupere, io so fere tutt, ench le tue feci”. Serse rinunciò al caffè con disappunto, e sbrigò da solo le verifiche.

Data invio: 29/4/2013 9:57
_________________
VIRTUDE ET FIDE.
Crea PDF dal messaggio Stampa


Re: I Racconti del Metronotte. (1.2)
Donatore GuardieInformate
Iscritto il:
8/2/2012 10:18
Da milano
Gruppo:
Utenti registrati
Collaboratore
Donatori
Messaggi : 6260
Offline
Paragrafo 4

La città era spezzata in otto zone, ciascuna con il proprio comando: Garibaldi, Magenta, Venezia, Vittoria, Monforte, Ticinese, Genova, Centro. Ciascuna zona, a sua volta, era suddivisa in vari settori. la Garibaldi, ad esempio, dove io ho compiuto l’apprendistato, riuniva sotto la propria giurisdizione i settori operativi di Affori, Legnano, Legnone, Marche e Valtellina, nomi di strade e quartieri.

Entro orari prestabiliti – di solito venti minuti, ma la tabella di marcia variava da settore a settore – ogni guardia percorreva un quadrilatero sorvegliando strade ed edifici, le pupille dilatate nel buio allenate a captare il minimo segnale. In cinque minuti, sbirciando nei portoni e nelle strade secondarie che intersecavano il mio percorso, perforavo da un estremo all’altro un intero lato del quadrato topografico, ai cui angoli incontravo i colleghi provenienti dalla direzione opposta che vegliavano sugli isolati adiacenti al mio. Quindi ogni cinque minuti un appuntamento, quattro ogni venti minuti, per ognuno dei quali era ammesso un ritaro di un minuto o due che veniva recuperato lungo il tratto successivo. Se passavano i due minuti massimi di tolleranza, significava che la guardia ritardataria aveva scoperto qualcosa di anomalo.

Il controllo sul territorio metropolitano era dunque capillare, la città era come avvolta da una invisibile rete di protezione a maglie strettissime dalle quali nessun insetto nocivo poteva sfuggire, un cordone di sicurezza che si dipanava, scandito dagli orologi sincronizzati, dai quartieri alti del centro, fino ai caseggiati amorfi della periferia. Come un gigantesco puzzle, del quale ogni vigile conosceva il proprio tassello fin negli angoli più reconditi, nelle sfumature meno appariscenti che ciascuno sapeva riconoscere a memoria nei minimi dettagli anche nell’oscurità.

I giornali ci chiamavano “i vellutari” per la giubba di velluto blu modello militare che integrava la divisa con i calzoni alla zuava e le ghette, ma anche per l’immagine più immediata che evocava quel nostro pedalare vellutato ed indagatore, il policentrico rovistare di mille occhi in tutte le pieghe della metropoli addormentata che ci consentiva risultati lusinghieri. Ad esempio il bilancio di uno di quei primi anni – il 1949 – fu di 26 arresti per omicidio e rapina, 305 tra furti e rapine sventati, 281 recuperi di refurtiva, 27 conflitti a fuoco con la delinquenza, 780 porte di case e negozi trovate aperte, 469 operazioni di varia natura, 718 interventi urgenti ( con la motocicletta o con la jeep), 69 avvertimenti di incendi, 12 risse sedate, 149 accompagnamenti all’ospedale di cittadini feriti, 66 minorenni ritrovati, 1970 contravvenzioni. Dei vigili due erano morti in incidenti stradali ed altri 124 erano rimasti infortunati. L’ispezione all’interno degli edifici, per lo più negozi, uffici commerciali, stabili industriali, spettava invece ai graduti, un reparto autonomo delle guardie di stada, ai quali il capostrada consegnava il mazzo di chiavi. Morti di sonno e di stanchezza, gli uomini blu rientravano all’alba nei rispettivi comandi di zona per segnalare ai capiservizi i furti sventati, i ladri arrestati, le avarie riscontrate nei servizi pubblici come una lampadina spenta, i fili staccati di una linea elettrica, un chiusino divelto, un tubo guasto del gas, uno scarico abusivo di macerie.

Gli abbonati veri e prorpio erano pochi, e la quasi totalità del servizio andava a beneficio della collettività. Del resto i Metropolitani erano sovvenzionati da enti pubblici, la Postbellica ed il Comune, il quale però versava solo una somma simbolica, un contributo annuale forfetizzato che non compensava i costi. Anche per questo già all’inizio del 1947 emersero i primi contraccolpi finanziari e una sera i Metropolitani si riversarono in piazza dalla Scala a protestare dinanzi Palazzo Marino. C’ero anch’io, emozionato, tra la folla ondeggiante che reclamava gli stipendi arretrati da mesi. Il sindaco Greppi ci congedò con promesse rassicuranti e di lì a qualche settimana la gestione dell’Istituto fu affidata ad un triumvirato che riuniva Comune, Postbellica, e Prefettura.

Il dieci ottobre il significato di pubblica utilità che già largamente impregnava il lavoro dei Metronotte venne ulteriormente ampliato: ci furono consegnate formalmente le mansioni di di vigili urbani notturni, per cui potevamo multare anche chi pisciava sulla pubblica via, ma poichè non eravamo autorizzati a riscuotere le oblazioni, il contravventore se voleva conciliare era costretto a presentarsi al Comando dei Vigili Urbani di Piazza Ferrari.

A malincuore avevo deposto nel comò la mia vecchia Mauser. A tutti era stata assegnata in dotazione la Beretta calibro 12 a tamburo. Anche Di Giuseppe, che nel frattempo aveva sostituito la sua Astra Spagnola con una machine pistole, sia pure recalcitrando, si era dovuto uniformare alle direttive. La Questura aveva vietato le armi da guerra ed aveva sequestrato i mitra custoditi al corpo di guardia di via Salvini, un’azione di forza che aveva sollevato un coro di proteste vigorose ma inutili. Anzi, i colleghi che piantonavano la sede avevano opposto resistenza passiva, ed erano stati caricati sui cellurari e condotti in questura assieme ai mitra. Dalle rastrelliere e dalle fondive scomparvero i moschetti e le armi che avevano guerreggiatlo contro i nazisti e per me fu un cattivo presagio.

Continua….

Data invio: 29/4/2013 9:58
_________________
VIRTUDE ET FIDE.
Crea PDF dal messaggio Stampa


Re: I Racconti del Metronotte. (1.2)
Webmaster
Iscritto il:
4/1/2007 19:21
Da VERONA
Gruppo:
Webmasters
Utenti registrati
Messaggi : 21756
Offline
lo sto leggendo...meraviglioso!
sembra scritto ieri..le stesse cose di oggi raccontate pero 30 anni fa e successe 50 anni fa..incredibile!
ci siamo evoluti come settore rimanendo sempre gli stessi...

Data invio: 29/4/2013 10:24
Crea PDF dal messaggio Stampa



 Top   Discussione precedente   Discussione successiva

 Registrati per inviare messaggi



Invia la tua risposta?
Account*
Nome   Password    
Messaggio:*


Non puoi inviare messaggi.
Puoi vedere le discussioni.
Non puoi rispondere.
Non puoi modificare.
Non puoi cancellare.
Non puoi aggiungere sondaggi.
Non puoi votare.
Non puoi allegare files.
Non puoi inviare messaggi senza approvazione.

[Ricerca avanzata]


Pubblicita

Disclaimer

"Questo portale viene aggiornato senza alcuna periodicità e non rappresenta una testata giornalistica né un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62/2001. Gli autori non hanno alcuna responsabilità per quanto riguarda i siti ai quali è possibile accedere tramite eventuali link o collegamenti posti all'interno del portale o del forum di discussione, o per i siti che forniscono link o collegamenti alle risorse qui contenute. Il semplice fatto che questo portale fornisca eventuali collegamenti a siti esterni non implica tacita approvazione dei contenuti dei siti stessi sulla cui qualità, affidabilità e grafica è declinata ogni responsabilità. Gli utenti sono i soli responsabili dei contenuti, contributi e commenti pubblicati; i moderatori si impegnano a rimuovere o oscurare i contenuti considerati falsi, lesivi di altrui dignità o diffamatori, ma data la natura interattiva degli strumenti utilizzati è impossibile operare un controllo in tempo reale di tutto il materiale pubblicati dagli utenti. Per segnalazioni o richieste di rimozione contenuti scrivere una mail all'indirizzo admin@guardieinformate.net con oggetto "Richiesta rimozione contenuti" "

Police Privacy di Guardieinformate